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lunedì 2 settembre 2019

Accounting fraud: a literature review (di M. Tutino e M. Merlo)

Si continua con la pubblicazione di parti dell'articolo "ACCOUNTING FRAUD: A LITERATURE REVIEW" redatto da Marco Tutino (Head of Department of Business Studies presso Università degli Studi di Roma Tre) e Matteo Merlo (University of Bologna), 2019. 
Pubblicato sulla rivista "Risk Governance and Control: Financial Markets & Institutions", 9(1), 8-25.



1. INTRODUCTION

In 2002 WorldCom, a telecommunications company got caught inflating assets by an amount of 11 billion $. In the same year, Tyco’s CEO and CFO stole 150 million $, giving themselves loans, and inflated the company’s income. In 2009, an Indian IT services and back-office accounting firm, Satyam, boosted its revenues by 1.5 billion $. Accounting fraud scandals, like these, occurred in the last twenty years, and burned billions of dollars. For this reason, the purpose of the following review is to analyse which factors lead to accounting fraud and determine its occurrence.

Accounting fraud has a wide meaning; it consists of intentional manipulation of financial statements, which are done in order to create an illusion about a company’s wealth. The main actors in the process are either employees (i.e. accountants) or the organization itself, with top management team. Therefore, the reason why an accounting fraud is committed, beyond the purpose of deceiving stakeholders is often related to obtaining more favorable financing or avoiding debt obligations. 

The aim of the review is to highlight what factors, during the years, facilitated the spread of fraud and, once they are identified, this could help to understand what should be done to prevent these events, in the future. Furthermore, the paper is a stepping stone for a more in-depth study that could be done on the same topic, through empirical analysis. 

The study has been done on the current literature related to accounting fraud. It investigates how a company’s organization could be influenced in order to prevent fraudulent behaviours. First, the governance has been analysed, focusing mostly on the role played by CEOs in the event of fraud (Troy et al., 2011; Armstrong et al., 2009; Jensen et al., 2004; Schnatterly, 2003). 

Second, the focus has moved to the ethical climate which surrounds companies before the “storm” (Micewski and Troy, 2007; Soltani, 2014). Indeed, increasing education and awareness of ethics among employees and directors could be a way to avoid fraud and misconduct (Miller, 2016). Also examined is the corporate social responsibility, its consequences, and why it is so important for directors (Bowen, 1953; Carrol, 1979). Then, there has been an analysis of creative accounting (Griffiths, 1986; Jones, 2011), which differs from accounting fraud for its legit nature, and the methods of how it is committed. 

The second part of the literature review is based on the detection of fraud. 

The main statistical methods applied to data have been examined first (Benford, 1938; Altman, 1968; Beneish, 1999), and then those methods which are not analytical, such as whistleblowing and fraud triangle. In conclusion, the role of a forensic accountant has been investigated, focusing on its expertise (Digabriele, 2009; Bhasin, 2016; Hegazy, 2017) and on its contribution inside investigations (Kolar, 2013; Quirin, 2014).


(segue...)





sabato 19 gennaio 2019

Pecunia non olet: presentazione del libro inchiesta di Alessandro Da Rold


Il giornalista Alessandro Da Rold racconta nel suo ultimo libro inchiesta Pecunia non olet la storia della mafia che non uccide, ma vende armi. 
Elicotteri, mitragliatrici, bombe, fregate militari: un arsenale ricchissimo e pronto all’uso là dove le guerre causano morti e arricchiscono i portafogli di speculatori e dittatori. 

L'autore presenta il suo libro alla Feltrinelli di Piazza Duomo a Milano, lunedì 21 gennaio 2019 alle 18.30


All'incontro interverranno anche il Magistrato Alfredo Robledo e il giornalista Peter Gomez.

La storia raccontata da Da Rold è incredibile perché fa vedere come l’illegalità criminale possa trasformarsi in una pratica normale e ripetuta, al punto che un latitante come Vito Palazzolo, "uno dei soggetti più pericolosi della comunità criminale internazionale", ricercato già da Giovanni Falcone e finalmente arrestato nel 2012, riesce a entrare nei salotti buoni del commercio internazionale e fare affari con Finmeccanica, Agusta e vari governi, incluso il Sudafrica di Nelson Mandela.

A dire di no sono pochi: alcuni valorosi magistrati del Sud, di Napoli e Palermo, cui si affiancheranno quelli del Nord, di Busto Arsizio e di Milano. Dice di no, pagandone il prezzo, anche Francescomaria Tuccillo, avvocato e manager napoletano, direttore di Finmeccanica per l’Africa subsahariana. Nonostante il vento spiri a favore di chi agisce nell’illecito, alla fine la verità vincerà.

La partita è enorme: in gioco c’è il destino del colosso della difesa, attraversato da scandali e arresti e da un intrico di poteri, in cui si mescolano politica, servizi segreti, mafia, massoneria, criminalità organizzata, che ha compromesso la competitività dell’industria italiana e messo in gioco il futuro economico del nostro paese, la sua capacità di creare lavoro e il suo ruolo sullo scacchiere internazionale.



lunedì 14 maggio 2018

La cassaforte degli evasori: casinò e paradisi fiscali

Hervé Falciani, nel suo libro "La cassaforte degli evasori" racconta di come alcuni ex-ispettori di polizia occupati come vigilantes in un noto casinò di un altrettanto noto paradiso fiscale, furono i primi a parlargli di come fosse impossibile investigare seriamente nei paesi off-shore, anche europei, nei quali è facile riciclare soldi sporchi grazie alla presenza di funzionari corrotti e all'assenza accordi di cooperazione giudiziaria tra Paesi.

Ogni paradiso fiscale che si rispetti ha infatti il suo casinò!
Il più delle volte attrezzato con una vera e propria struttura bancaria interna.

A dire di Hervé Falciani, ad esempio, il direttore del casinò di Montecarlo poteva erogare linee di credito sottoforma di assegni da 100.000, 200.000 o un milione di franchi in completa autonomia e senza richiedere garanzie.

Lo faceva soprattutto a favore della (ricca) clientela più assidua, al solo scopo di vederla consumare quegli importi in una sola serata.
Oppure vincerne altrettanti.

A volte il direttore provvedeva a cancellare i debiti di alcuni clienti, con finalità di marketing, ben sapendo che la sera dopo questi si ripresentavano, spendendo ulteriori capitali e alimentando i flussi finanziari miliardari del casinò.




Falciani racconta la vicenda di un miliardario francese che in un unico weekend perse ben sette milioni di franchi.
Ma anche di una famosa cantante lirica italiana che una sera continuava, perdendo, a puntare 1500 franchi alla volta. Poi si trasferì alle slot machine dove perse un milione e mezzo di franchi in poco tempo.
Giocò sino alla quattro della mattina, riuscendo a recuperare 900.000 franchi.
Quel giorno, pur perdendo più di 600.000 franchi, la cantante lasciò ben 90.000 franchi di mancia al personale che le aveva venduto i gettoni.

Altre volte il direttore poteva concedere in prestito somme molto grandi, in cambio della consegna di assegni firmati in bianco. Alla fine della sera l'assegno veniva stracciato oppure compilato con la cifra persa.

Teorizzando, Falciani spiega che questa eccessiva autonomia dei gestori delle case da gioco assieme all'assenza di controlli, può favorire il riciclaggio di denaro sporco.
Ad esempio utilizzando per le giocate le somme elargite in prestito dalla casa da gioco alla "migliore" clientela senza troppa attenzione, si potrebbero vincere anche somme di denaro molto elevate la cui fonte d'origine sarebbe in tal modo giustificabile e ripulita.
Mentre, con la complicità del personale interno al casinò, le somme perse sarebbero abbuonate... come se non fossero mai state giocate.


lunedì 27 novembre 2017

Enrico Cuccia e Michele Sindona, la storia di due grandi nemici

Negli anni scorsi abbiamo già trattato dei rapporti tra Michele Sindona e Roberto Calvi.
Lo abbiamo fatto lasciando la parola a Carlo Calvi, figlio del Presidente del Banco Ambrosiano, che ha sempre assicurato ampia disponibilità all'amministratore del blog "Fraud Auditing & Forensic Accounting" ai fini della ricostruzione e analisi di parecchie operazioni, anche sotto il profilo tecnico (per gli articoli sui rapporti tra Calvi e Sindona cliccare sul link).


Molto diverso, invece, fu il legame tra Enrico Cuccia e Michele Sindona. Un rapporto difficile, che contrappose i due banchieri in molte operazioni.

Siamo negli anni '60 - '70, sullo sfondo una Loggia massonica deviata, la P2, lo scontro tra la cosiddetta "finanzia cattolica" rappresentata da Michele Sindona, Roberto Calvi e mons. Paul Marcinkus e la "finanza laica" rappresentata da Raffaele Mattioli e Enrico Cuccia, il terrorismo di matrice marxista-leninista si stava organizzando.

Cuccia e Sindona, forse per una sorta di gelosia tra siciliani, si erano ignorati a lungo, fino a metà degli anni '50 quando iniziarono le prime scaramucce, quali le nomine nel Cda della SNIA Viscosa, la vicenda dei bilanci falsi della Compagnia Tedesca Industrie Petroli (CTIP), l'operazione McNeill & Libby con il coinvolgimento della "finanza ebraica" americana; tutte vicende delle quali il blog prima o poi si occuperà.


Lo spazio in cui i due banchieri si muovono è piccolo, anche dal punto di vista topografico. Cuccia, in via Filodrammatici (oggi la piazzetta porta il suo nome) e Sindona in via Turati, a Milano agiscono con metodi diversi nello stile ma con un uguale meccanismo, basato sulle acquisizioni, le vendite, le speculazioni, il sostegno all'imprenditoria italiana, la costante ricerca di "sponde" straniere con le quali portare a termine le varie transazioni.

Il primo vero terreno di scontro avvene in seguito al tentativo di assalto di Sindona alla Italcementi di Carlo Pesenti e alla Bastogi.

Correva l'anno 1967, Cuccia riuscì a sottrarre il Gruppo Pesenti all'area sindoniana, assicurandogli i finanziamenti necessari per ripianare i debiti e riacquisire il controllo dell'Italcementi.
Uno smacco per il banchiere cattolico, con studi classici dai Gesuiti, che si vide scippare un alleato, altro fervente credente, Carlo Pesenti, che migrò, con il beneplacito della Banca d'Italia di Guido Carlo, nel terreno avversario.


Persa la battaglia sull'Italcementi, Sindona si concentrò anima e corpo sulla Bastogi, la "gallina dalle uova d'oro" del capitalismo italiano.
Con alcune operazioni spudorate, già oggetto di ampio approfondimento da parte di questo blog, Sindona rastrellò il 22% delle azioni Bastogi (a tal proposito si ricorda il ruolo di "facilitatore" dell'operazione di John McCaffery, che passò dal servizio segreto di Sua Maestà alle banche, divenendo padrino dell’intesa con il banchiere inglese Jocelyn Hambro. Si legga il post Un disegno politico perseguito da Cefis).


Il sistema si schierò unito contro l'OPA lanciata da Sindona su Bastogi.
Carli convocò Hambro e a muso duro lo informò che non erano ammesse presenze straniere nel cuore della finanza italiana (evidentemente Lazard in Mediobanca non era considerata "presenza straniera"), Banco di Sicilia, Banco di Napoli e Monte dei Paschi furono invitate a fare la loro parte per fermare l'operazione, il Governo di Emilio Colombo espresse la sua contrarietà.

L'OPA, lanciata il 13 settembre 1971, inizialmente oggetto di vastissima adesione, naufragò in soli quattro giorni.
Il registra del boicottaggio fu Enrico Cuccia, che chiamò in aiuto il più grande banchiere d'affari dell'epoca, l'americano Andrè Meyer.


L'operazione si arenò definitivamente in seguito all'autorizzazione, concessa dopo una drammatica riunione del Consiglio dei Ministri, alla fusione tra  Bastogi e Italpi che ebbe come conseguenza diretta l'annacquamento delle azioni detenute da Sindona.
Quest'ultimo non poté far altro che riconoscere la sconfitta, lasciò Milano per Ginevra sistemandosi con la famiglia nel palazzo di una sua banca, la Finabank.

(cliccare sull'immagine per ingrandire)

Seguirono anni bui per la struttura finanziaria gestita da Michele Sindona. Una dopo l'altra crollarono le sue banche e le sue società finanziarie. Dovette svendere partecipazioni e proprietà immobiliari.

Nell'estate 1974 quando lo stato di insolvenza del gruppo Sindona divenne irreversibile, andò in scena l'ultimo atto dello scontro con Enrico Cuccia.
Le cronache dell'epoca riportarono gli avvenimenti.

L'evento si consumò presso il "Club 44", un ristorante di una vietta nei pressi di Piazza San Babila a Milano (in via Cino del Duca). E' al venerdì che il ristorante si trasforma in un ring gastronomico nel quale le due fazioni appartenenti alla finanza laica e cattolica si osservano, si misurano, si provocano, sedute allo stesso tavolo.
Solitamente il venerdì sono presenti al "solito tavolo" Michele Sindona, Enrico Cuccia, Eugenio Cefis e i suoi più stretti collaboratori Giorgio Corsi e Massimiliano Gritti, nonché vari altri carichi da novanta della finanza milanese, quindi della finanza italiana, europea e mondiale.

Finché un venerdì di quella calda estate del '74 al tavolo si trovò solo Sindona. Pochi minuti prima, in Mediobanca, Cuccia disse a Cefis che si era "stancato di sedersi con il diavolo".


Siamo davvero all'epilogo.
Sindona ha bisogno di 160 miliardi di lire per ricapitalizzare la Finambro e provare a salvare il suo gruppo, ormai sull'orlo del precipizio.

Ancora una volta Sindona e Cuccia si trovarono su barricate opposte.
Dalla parte di Sindona: Giulio Andreotti, Anna Bonomi Bolchini (la "signora della finanza italiana"), l'appartenente alla P2 Gaetano Stammati (COMIT). Cuccia poté contare ancora una volta su Andrè Meyer e sul Ministro del Tesoro, Ugo La Malfa, al quale chiese di impedire d'autorità l'operazione.
Fu così che Ugo La Malfa convinse il Governatore della Banca d'Italia, Guido Carli, ad intervenire bloccando l'aumento di capitale.


Sindona, sconfitto dalla strategia di Cuccia, riparò negli Stati Uniti. Il banchiere di Patti iniziò a considerare il suo rivale come il "peggiore suo nemico e maggiore responsabile della sua rovina".

A partire dal 1977 iniziarono ad arrivare presso la residenza del padrone di Mediobanca, minacce mafiose anche rivolte ai figli. Cuccia fu informato che un tale Gigi Cavallo, latitante in Francia, fu incaricato di rapire i suoi figli.


Molti avvenimenti di quell'epoca, nonostante l'ampissima mole di atti giudiziari archiviati presso il Palazzo di Giustizia di Milano e parecchie indagini, rimangono tuttora avvolti nella nebbia. Come per l'incidente aereo accaduto a Enrico Mattei o per l'omicidio di Roberto Calvi (di cui questo blog ha ampiamente parlato).

Resta solo una considerazione, riportata da Giancarlo Galli ne Il Padrone dei Padroni:
"il destino ha sempre assegnato ai "grandi nemici" di Enrico Cuccia una tragica uscita dalla scena di questo mondo".






lunedì 23 ottobre 2017

Corruzione e anticorruzione in Italia di A. Jannone e I. Maccani


Angelo Jannone è già stato protagonista della rubrica "Sulla mensola del fraud auditor" con il libro "Corruzione, frodi sociali e frodi aziendali", ma in queste ore è in uscita una sua nuova produzione letteraria.

Jannone, già Colonnello dei ROS, impiegato in numerose attività di contrasto alla criminalità organizzata e Ivano Maccani, Generale di Brigata della Guardia di Finanza, sono gli autori del libro "CORRUZIONE E ANTICORRUZIONE IN ITALIA".



Il sottotitolo "Pubblico e privato, trasparenza e appalti, prevenzione e contrasto", richiama in modo chiaro e sintetico il contenuto dell'opera, a cui fa riferimento nella prefazione al testo anche il Procuratore Nazionale Antimafia, Franco Roberti, dove afferma che "Il fenomeno della corruzione viene così sviscerato e presentato in maniera lineare da diverse visuali: dagli aspetti sociali e criminologici, dal punto di vista dei controlli interni alle imprese e alle amministrazioni, con la disciplina del d.lgs. 231/01 sulla responsabilità degli Enti e con la Legge 190/2012 in tema di piano anticorruzione e trasparenza, con un approfondimento sul fenomeno degli appalti, sino agli standard internazionali e al contributo ormai indispensabile del c.d. whistleblowing, mutuato dall’esperienza anglo-americana.
Quanto basta dunque per comprendere a fondo cause e possibili rimedi di un problema che tutti noi avvertiamo come non più accettabile".

L'opera è introdotta da due domande che pongono il lettore davanti ad una riflessione sull'attuale situazione italiana in fatto di corruzione e su cosa si potrebbe fare per migliorarla. Jannone e Maccani si chiedono Perché, nonostante il nostro attuale sistema di regole possa considerarsi estremamente avanzato e articolato, i dati sulla corruzione nel nostro Paese continuano a essere così significativi se comparati ad altre democrazie occidentali? Quali potrebbero essere i possibili rimedi, soprattutto in settori particolarmente sensibili come quello degli appalti?

Domande all'apparenza semplici ma profondamente complesse, alle quali gli autori provano a dare una risposta nei 7 capitoli del libro, in cui vengono trattati temi quali la criminalità economica, la corruzione negli appalti pubblici, la disciplina attualmente in vigore in Italia nonché il contenuto delle più recenti regolamentazioni volute del mercato.

Si tratta di un libro completo e indispensabile per la formazione dei fraud auditor e dei forensic accountant, dal quale il blog trarrà spunto per ulteriori riflessioni sul tema della corruzione e dell'anticorruzione.

Il libro "Corruzione e anticorruzione in Italia. Pubblico e privato, trasparenza e appalti, prevenzione e contrasto" di Angelo Jannone e Ivano Maccani, edito da Franco Angeli, è acquistabile su Amazon e nelle migliori librerie ad un prezzo di € 24,00.



mercoledì 2 agosto 2017

Il fantasma dell'Isola di Bouvet

Nella prefazione del libro "La cassaforte degli evasori" di Hervé Falciani, il giornalista de Il Sole 24 Ore, Angelo Mincuzzi, parla di uno dei 127.000 clienti della Hsbc Private Bank di Ginevra, finita nel 2009 al centro della famosa inchiesta svizzera.

Come si ricorderà, il 20 gennaio 2009 la Procura della Repubblica di Nizza eseguì una rogatoria internazionale disposta dalle autorità elvetiche, sequestrando nei dintorni di Mentone il computer dell'italo-svizzero Hervé Falciani, un ingegnere informatico impiegato per anni presso la sede di Ginevra di Hsbc.

Ma torniamo al tema, "il fantasma dell'Isola di Bouvet".

L'isola di Bouvet fa parte dei territori vulcanici sub-antartici ed è classificata tra i posti più remoti della Terra, basti pensare che il luogo abitato più vicino dista ben 2.200 km a nord-est in Sudafrica. 
  

Ha un'estensione di circa 58 km² ed è quasi interamente ricoperta da ghiacci. Non ha né porti né approdi ma solo un punto di ancoraggio ad un centinaio di metri dalla sua costa.

E' stata scoperta nel 1739 e fu subito catalogata come "isola fantasma" perché per molti mesi all'anno è avvolta di una coltre nebbiosa che ne nasconde i contorni e la cima dell'unica collina alta 780 metri; infatti alcune navi di passaggio spesso la scambiavano per un iceberg disperso nell'oceano.
Solo a partire dalla prima metà dell'800 l'isola iniziò a comparire nelle carte nautiche.


L'uomo ci mise piede per la prima volta nel 1822, per alcune ore. Mentre la prima vera spedizione esplorativa durò un mese e avvenne nel 1927.

L'isola è completamente disabitata, anche se nel 1977 la Norvegia ha istallato una stazione meteorologica automatica.
Il 22 settembre 1979 in un tratto di mare molto vicino all'isola successe un episodio molto misterioso che venne chiamato "incidente Vela". 
In particolare, alcuni satelliti di monitoraggio delle fonti radioattive scoprirono che quel giorno venne condotto un test nucleare, probabilmente dal Sudafrica o dallo Stato di Israele (nessuna nazione ha mai ammesso la responsabilità del test).

Ma che legame ci può essere tra questa isola misteriosa, inaccessibile e disabitata, al di fuori di ogni rotta commerciale e turistica, con la famosa "lista Falciani"?

Ebbene, potrà apparire incredibile, ma tra i 127.000 ricchi clienti di Hsbc, uno risulta residente niente po' po' di meno che sull'Isola di Bouvet!


L'analisi dei file archiviati nel computer di Falciani lasciò stupiti i medesimi investigatori per la quantità, le caratteristiche e la tipologia dei clienti residenti in tutto il mondo (molti in paesi sperduti nell'Oceano Pacifico) costituiti da persone fisiche, società anonime, fiduciarie, trust e società d'investimento domiciliate nei paradisi fiscali. 
Ma anche per le numerose, quanto mai misteriose, transazioni bancarie e per gli strumenti utilizzati per trasferire beni preziosi, denaro, opzioni, prodotti derivati e titoli.

Un archivio segreto si stava materializzando. 
Un archivio che avrebbe fatto tremare il mondo bancario svizzero e non solo...



domenica 16 luglio 2017

Frodi aziendali. Forensic accounting, fraud auditing & litigation


keep six honest serving-men (they taught me all I knew);
their names are What and Why and When and How and Where and Who.

L'incipit tratto da una famosa poesia di Rudyard Kipling, ben riassume lo spirito del libro "Frodi aziendali. Forensic accounting, fraud auditing e litigation", pubblicato nel luglio 2012 da Egea.
Cosa, Perché, Quando, Come, Dove, Chi. Sono termini semplici, qualunque. Ma per il fraud auditor codificano il campo d'azione e ne rappresentano il metodo. E' il repertorio base di chi è chiamato ad accertare il rispetto delle regole.
Ed è con il significato di fondo delle "Five Ws and one H" che gli autori, i professori Giuseppe PoglianiNicola Pecchiari e Marco Mariani, hanno voluto approcciare l'argomento.

Il libro è un vero e proprio manuale teorico-pratico strutturato con l'obiettivo di coniugare l'impostazione e le tematiche proprie della dottrina a quelle prettamente operative. Di descrivere, nei limiti del consentito, le più moderne tecniche investigative accanto alle più avanzate azioni preventive.
Il tutto condito dall'ampio ricorso ai casi aziendali, agli schemi di frode, ai grafici di flusso dell'illecito, tratti dai recenti scandali economico-finanziari e dall'esperienza professionale maturata nella lotta al cosiddetto "white collar crime".


Ma il volume, a mio avviso, non è solo un buon manuale utile allo studente come al professionista di esperienza.
E' anche una formidabile fonte di riflessione per chi vuole approcciare un fenomeno criminale endemico e generalizzato, soprattutto se lo si legge con un occhio ai fatti nostrani.
Questo aspetto è stato colto pienamente nella presentazione del testo curata da un fine studioso dei mercati finanziari illegali, quale il prof. Donato Masciandaro.

In uno Stato che si ritiene eticamente avanzato, le regole dovrebbero essere rispettate da ogni cittadino, a prescindere dall'intervento degli apparati investigativi e della Magistratura.
Ma il nostro sistema sembra essere ingabbiato in una evidente contraddizione. Se l'illecito economico-finanziario è considerato da molti come endemico, perché allora non si provvede a migliorare l'architettura legislativa in modo tale da rendere più incisiva l'azione preventiva e repressiva?
Naturalmente la domanda è più retorica che ingenua.

E per quanto tempo si dovrà ancora tollerare il fatto che un laureato in economia sia considerato idoneo a gestire situazioni aziendali complesse nonostante non abbia mai sentito parlare in termini scientifici di criminalità economica, se non in alcuni ristrettissimi ambiti accademici?

Evidentemente c'è ancora molto da fare, specialmente per impedire che il fenomeno illegale da "semplicemente" diffuso diventi strutturale del sistema economico-finanziario italiano.

A queste brevi riflessioni, accompagno di seguito qualche passaggio tratto della presentazione curata dal prof. Masciandaro.

"Frodi aziendali e finanziarie: da Enron a Madoff, cosa abbiamo imparato? 
Che è fondamentale studiare gli episodi di criminalità aziendale come percorso per capire se il mercato delle regole è ben funzionante. 
Il mercato delle regole: è una provocazione? A qualcuno potrà sembrare curioso, o addirittura scandaloso, accostare i due sostantivi. 
È uno scanda­lizzarsi che non deve meravigliare, in un Paese in cui la cultura del mercato è ancora priva di solide radici.

[...] In una società di mercato le regole sono il bene pubblico primario: non può esistere un sistema che consenta a ciascun individuo di provare a realizzare nel corso del tempo i propri obiettivi economici e finanziari senza un insieme di regole, condiviso e cogente.
Non può esistere mercato senza regole. [...] La frode economica e finanziaria diviene il termometro patologico di una cattiva architettura regolamentare. 
Dunque le regole sono l'asset indispensabile per uno sviluppo regolare dell'attività dei mercati. Di più: le regole come bene pubblico, di cui tutti possono fruire con reciproco beneficio senza dover pagare un prezzo correlato direttamente alla quantità consumata. 
[...] Cosa abbiamo imparato dagli episodi di frode? Una tesi molto in voga è stata quella della natura siste­mica delle crisi fraudolente, da contrastare con regole draconiane. Possiamo condividere questa impostazione, che porta a concludere che i comportamenti fraudolenti hanno oramai natura endemica? E, di conseguenza, che occorre sperare solo nella giustizia, vale a dire nell'apparato investigativo, inquirente e giudicante? 

Una simile tesi va respinta. 

Lo studio delle patologie - perché di questo si tratta - è di grande interesse, dovendo sempre avere il buon senso, prima di discutere dei massimi sistemi, di partire dai casi aziendali.

Cosa ci rivela l'analisi delle patologie? Usando una metafora, possiamo dire che, nell'economia di mercato, l'opportunismo, la temerarietà e la frode sono da sempre la moneta cattiva. Oggi come ieri esiste il rischio che tale cattiva moneta possa minacciare la moneta buona, rappresentata dagli scambi leali, responsabili e corretti. Ma esistono anche due potenti antidoti - regole e valori individuali - che possono essere efficaci, a patto che vengano somministrati con i corretti ingredienti e nelle giuste dosi.

[...] Opportunismo e temerarietà possono essere l'anticamera di condotte fraudolente vere e proprie. Ma di qui è corretto arrivare a concludere che oggi slealtà e frode sono divenute un tratto endemico del sistema economico e finanziario? Assolutamente no. Se si prova a trasformare gli episodi in dati, finora non sembra che l'evidenza empirica ci dica che oggi si è di fronte a una malattia di sistema, con la moneta cattiva che aumenta il suo peso relativo. Vero è che nell'analisi delle patologie non ci si può, né si deve, fermare ai dati emersi, perché i danni dei comportamenti sleali, temerari e illegali colpiscono non solo e non tanto i beni materiali quanto le dotazioni di quel bene - pubblico e intangibile - rappresentato dalla fiducia, che facilita proprio quello sviluppo degli scambi che i rischi di opportunismo, temerarietà e frode tendono a rallentare. 

Ma è proprio perché i mercati non possono esistere senza regole e fiducia e che si deve sottolineare come le società di mercato siano sempre riuscite - almeno finora - mediante errori e correzioni a superare le minacce della moneta cattiva, evitando che le patologie divenissero la fisiologia. 
La formula da applicare è chiara: correttezza e convenienza, pubblica e privata, sono due facce della stessa medaglia, se le regole sono disegnate e messe in atto in modo efficace. 

[...] se le regole sono mal concepite e/o applicate, quello che l'esperienza degli ultimi anni ci ha mostrato è che esiste un rischio sempre più alto che i cattivi esempi di gestione aziendale - dall'errore alla frode - possono causare il malfunzionamento di interi mercati, e per questa via danneggiare l'economia reale. La cattiva regolamentazione può divenire una tossina per la stabilità macroeconomica nel suo complesso. Valorizziamo perciò sempre di più lo studio delle patologie aziendali. 

[...] ancora troppo pochi si preoccupano di studiare i malati, anche per prevenire e curare eventuali epidemie, mentre ancora troppi preferiscono atteggiarsi a Savonarola dell'economia e del diritto, vaticinan­do mali incurabili e "pessime sorti e regressive" per l'economia di mercato".


lunedì 29 maggio 2017

Intelligence Analysis: il metodo delle "ipotesi concorrenti"

A volte capita che le metodologie seguite dagli apparati d'intelligence per l'analisi dei modelli mentali complessi sia teorizzata da veterani dei servizi segreti, accademici e studiosi comportamentali.
Questo è il caso della metodologia di "analisi delle ipotesi concorrenti" (in codice "ACH") adottata dalla Central Intelligence Agency statunitense.


Nel corso degli anni '80 e '90 la "Divisione Analisi" della CIA ha commissionato a Richards "Dick" J. Heuer, Jr. una serie di articoli e saggi  sulle esperienze maturate nei 45 anni passati come analista d'intelligence, agente operativo del controspionaggio, addetto alla protezione di personalità aventi ruoli strategici ed esperto di operazioni sotto-copertura di raccolta, catalogazione e organizzazione di informazioni sensibili.
Heuer ha teorizzato le sue esperienze nel libro "Psychology of Intelligence Analysis" il cui .pdf può essere scaricato gratuitamente sul sito della CIA (clicca QUI).


Un agente segreto, ma ciò potrebbe valere per qualsiasi investigatore, si trova spesso a dover analizzare scenari diversi, orizzonti variabili e ipotesi alternative con l'obiettivo di formulare conclusioni, spesse volte senza avere a disposizione prove e/o informazioni convincenti o sufficienti.

L'analista d'intelligence solitamente ha poco tempo per valutare la situazione dovendo scegliere tra quale dei possibili scenari sia il più probabile o quale delle spiegazioni sia la più corretta. La sua capacità valutativa, inoltre, è influenzata (anche inconsciamente) dai propri pregiudizi, dalle esperienze pregresse, dagli eventi della vita e dalle pressioni derivanti dall'operare in ambienti sfavorevoli, se non ostili.

Il rischio principale, tipico anche dell'ambiente giudiziario, è il cedere alla "strategia satisficing" (sulla quale in blog tornerà con un articolo specifico) in cui l'analista predilige la tesi più semplice rinunciando a proseguire nell'analisi di ulteriori elementi. In questo caso l'agente disegnerà lo scenario più aderente alla propria soluzione piuttosto che esaminare tutte le possibilità al fine di identificarne una migliore o più probabile.

La strategia satisficing ha determinato grandi insuccessi nelle attività d'intelligence, pertanto si sono ricercati metodi e criteri più rigorosi per impostare le analisi.  
Da qui la nascita del metodo ACH, cioè del procedimento fondato sui concetti base della psicologia cognitiva, dell’analisi decisionale e del principio scientifico. Il metodo si basa su otto passaggi, mediante i quali l'analista cerca di standardizzare i meccanismi che gli consentono di pervenire a determinate conclusioni.

Gli otto pilastri su cui poggia il metodo di analisi delle ipotesi concorrenti sono:
  1. INDIVIDUAZIONE DELLE IPOTESI: se un investigatore non riesce a generare ipotesi da considerare, non otterrà mai la risposta giusta! Il primo suggerimento è elencare le ipotesi più ragionevoli e pertinenti, ma anche quelle sperimentali o irragionevoli, quelle più compatibili con lo scenario o con le informazioni di altre agenzie d'intelligence, le ipotesi semplici e quelle più complesse. 
  2. ELENCARE GLI INDIZI: per ognuna delle ipotesi sarà necessario porsi le seguenti domande: se questa ipotesi è vera, cosa dovrei aspettarmi di vedere o di non vedere? Quali sono le cose che saranno successe, o che stanno per succedere? Per quali di questi eventi devo aspettarmi di trovare delle prove? Tenendo sempre presente che l’assenza di indizi è significativa quanto la loro presenza.
  3. CORRELARE LE PROVE/INDIZI ALLE IPOTESI: attraverso la creazione di una matrice con le ipotesi nell'asse orizzontale e gli indizi nell'asse verticale, si darà una visione generale di tutti i componenti significativi del problema.
  4. PERFEZIONAMENTO DEL QUADRO D'INSIEME: si dovrà perfezionare la matrice eliminando le ipotesi meno probabili ponendosi queste domande: questa ipotesi è necessaria? In assenza di prove o indizi convincenti una o più ipotesi sono da eliminare? Oppure da fondere in un unico scenario? Eccetera.
  5. TRARRE CONCLUSIONI PROVVISORIE: si elencheranno le ipotesi in base alle connesse probabilità di accadimento. Non sarà la conferma di quanto ricercato ma solamente una tappa intermedia che dovrà facilitare una valutazione adeguata, ragionevole e meditata di tutte le alternative. 
  6. L'ANALISI DEI FATTORI CRITICI: per ciascuna delle ipotesi formulate si dovranno individuare delle ragioni contrarie o critiche che ne potrebbero minare la fondatezza. Si dovrà prendere in considerazione l'eventualità che gli indizi siano sbagliati ovvero fuorvianti o sottoposti a diversa interpretazione.
  7. ESPLICITARE LE CONCLUSIONI: organizzare un "brainstorming" con altri analisti d'intelligence servirà ad individuare ulteriori vulnerabilità del ragionamento seguito. Non essendo mai certe le conclusioni dell’analisi, è necessario condividere anche i motivi per i quali le ipotesi meno probabili sono state accantonate.
  8. PREVISIONE DELLO SCENARIO: Tenuto conto che le conclusioni dell’analisi dovranno essere sempre considerate come provvisorie, in considerazione di tutto il processo cognitivo seguito, si formulerà lo scenario più probabile. Tutti gli scenari dovranno sempre essere monitorati e aggiornati all'ottenimento di nuovi indizi.

mercoledì 17 maggio 2017

Tutti i trucchi per rubare in Italia raccontati da un manager pubblico

Questa volta il blog Fraud Auditing & Forensic Accounting propone per la rubrica "Sulla mensola del fraud auditor" una sana lettura, molto istruttiva!

Ho visto cose..Tutti i trucchi per rubare in Italia raccontati da un manager pubblico” di Alberto Pierobon (con Alessandro Zardetto), Ponte alle Grazie, Roma, maggio 2017



Questa la recensione dell'editor Gianluca Zanella

«Che mestiere fai?» è questa la domanda che Alberto Pierobon si sente rivolgere più di frequente.
Una domanda a cui risponde di solito con «il libero professionista». Ma Pierobon ha cavalcato diversi settori: è stato poliziotto, operaio e – prima che libero professionista e consulente – anche dirigente enti locali e manager pubblico. Dalla sala di regìa, ha potuto frequentare quella che chiama “l’Università dei criminali”, laddove i colletti bianchi si sporcano le mani ma non la reputazione. 
Una carriera durata vent’anni, quella nella pubblica amministrazione, prima di tirare i remi in barca e dedicarsi alle consulenze private, con la sorpresa di ritrovarsi nella stessa situazione di prima, se non peggio. 

Ho visto cose, scritto con la collaborazione del giornalista de Il Fatto Quotidiano Alessandro Zardetto, è un viaggio nei gironi danteschi di un’Italia con il freno a mano tirato da una massa multiforme di lestofanti, faccendieri, manager pubblici e privati con stipendi da capogiro, sensali, arrivisti o veri e propri squali
Personaggi da opera buffa che succhiano il sangue rimasto a un Paese che arranca da dieci anni in una crisi che ha riempito le tasche a molti. In questo libro si passa dalla raccolta differenziata intrapresa come moda alla privatizzazione (o ri-pubblicizzazione) nella gestione dei servizi pubblici dove gli attori sono sempre gli stessi. 

Troviamo la mangiatoia dei contributi pubblici per bonifiche o progetti ambientali anche in iniziative estere, la gestione “allegra” dei rifiuti speciali o dei vestiti usati, il riciclaggio internazionale di denaro, i trucchi immobiliari, l’evasione fiscale e molto altro. 
Come l’autore stesso ha provato sulla sua pelle, a pagare per queste ruberie sono - molto spesso – non solo i contribuenti, ma anche chi si oppone al sistema, chi cerca di fare della legalità un principio che vada oltre la parola vuota. Questo per indifferenza, ma anche (e questo è molto più grave) per la compiacenza di chi dovrebbe controllare, ma anche giudicare. 

Alberto Pierobon ci accompagna per mano dietro le quinte dei teatrini all’italiana che si reggono in piedi a stento, eppure continuano con la loro sciatta programmazione a propinarci esempi di malcostume diffuso nel nome del business a tutti i costi. Ho visto cose è un libro alla portata di tutti, un racconto senza pathos né drammatizzazione (come se ce ne fosse bisogno). 
Storie vere, dove solamente i nomi e le date (per questioni di tutela legale) sono stati modificati. Un libro pensato per studenti e casalinghe, ma anche per i cosiddetti “tecnici” della materia, che troveranno una ricca appendice per approfondire i vari casi incontrati nei capitoli. 

Alberto Pierobon – per sua natura più propenso a pubblicazioni di ambito prettamente scientifico – sforna un vero e proprio vademecum per decifrare il mondo reale in tutte le sue contraddizioni, evitando tuttavia di cadere nel banale, cercando di soffermarsi sugli aspetti psicologici di chi non può fare a meno di rubare, pur non avendone bisogno, e tentando di individuare la «retta via» che ci conduca finalmente fuori dalla selva oscura in cui sembriamo precipitati.

Leggendo queste pagine, una domanda viene spontanea (ed è la seconda domanda che Pierobon si sente rivolgere più di frequente): «Ma chi te lo fa fare?». Tradimenti, palate di fango, processi e campagne diffamatorie. È spesso vero che “l’occasione fa l’uomo ladro”, ma quando questo mantra non trova riscontro nel comportamento onesto di una persona… hic sunt leones. 
Le porte si chiudono, i presunti amici scompaiono. Guai a mettere in discussione lo status quo. In un periodo in cui la libera informazione sembra essere messa sempre più spesso sotto attacco, Ho visto cose si propone come un’opera fondamentalmente coraggiosa, scritta con l’intento di contribuire a quella presa di coscienza che serpeggia nel Paese, ma che ha ancora bisogno di un incoraggiamento.


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Per l'acquisto del testo cliccare QUI



domenica 19 febbraio 2017

La VORAGINE: i contratti segreti tra Stato e banche


Un libro di Luca Piana che descrive in modo lucido e chiaro la folle scommessa dei derivati di Stato. I contratti segreti sottoscritti con le banche.

"il buco nei conti pubblici di cui nessuno parla"


Luca Piana scava nel mondo sommerso della finanza e ne rivela metodi e strumenti, tra cui appunto i derivati, che il guru americano Warren Buffett, uno dei più quotati gestori di patrimoni al mondo, ha definito "armi finanziarie di distruzione di massa".

se ne parlerà

MARTEDI' 21 FEBBRAIO 
ORE 18.30

P.ZZA DUOMO, 1
SPAZIO EVENTI PIANO 3
MILANO - MEGASTORE -

parteciperanno

l'autore, Luca Piana
il giornalista de Il Fatto Quotidiano, Peter Gomez 
il Magistrato, Alfredo Robledo
l'Assessore di Milano al Bilancio e Demanio, Roberto Tasca



Tutti i lettori del blog Fraud Auditing & Forensic Accounting sono invitati a questo evento





martedì 6 dicembre 2016

Il triangolo delle Bermuda: un sistema off-shore ancora di moda

E' stato descritto per la prima volta da Hervè Falciani nel 2015, l'insider che ne "La cassaforte degli evasori" ha svelato alcuni tra i più oscuri segreti di HSBC, mettendo a nudo un sistema studiato a tavolino per nascondere i grandi patrimoni di clienti italiani, francesi, inglesi, statunitensi e di altri 183 paesi del mondo.

Si tratta del fantomatico "triangolo delle Bermuda" costituito da Isole Vergini Britanniche, Panama e Bahamas.

Basta costituire una società in ognuno di questi tre paesi per avere la completa garanzia di risultare immune da ogni tipo di indagine giudiziaria mirata a far emergere casi di evasione fiscale, creazione di fondi occulti o corruzione internazionale.




Questi paesi possono scambiare flussi finanziari celando ogni traccia del reale beneficiario che dispone l'operazione ma anche della finalità per la quale è organizzata.

I magistrati, in questo modo, verrebbero ostacolati da procedure rogatoriali che durerebbero anni consentendo ai criminali, nel frattempo, di organizzare nuove movimentazioni finanziarie per frapporre altri conti correnti residenti in altri paesi offshore, con altri prestanome. Il tutto alla velocità di qualche click sulla tastiera di un PC.

D'altra parte costituire una società in questi paesi è semplicissimo, costa solo poche decine di dollari, anzi, oggi, con qualche centesimo di bitcoin da spendere nel Deep Web, queste strutture societarie sono già a disposizione del miglior offerente.

Chi ha dimestichezza nelle indagini legate ai paradisi fiscali, non si sorprende di certo se una volta capito il sistema delle "società matrioska" (o "shell company") residenti nel famoso "triangolo delle Bermuda", ci si imbatte nell'ulteriore famigerato "chinese wall model" costituito da trust, domiciliazioni in giurisdizioni segrete e intestazioni di anonime cassette di sicurezza ubicate in "banche mono-sportello". I due schemi per occultare i patrimoni, se abbinati tra loro, formano una corazza davvero potentissima anche contro gli organi di polizia più organizzati ed esperti.

Naturalmente la cancellazione di ogni traccia può passare anche attraverso pratiche "muscolari" e poco ortodosse (ma sempre utilizzatissime), come la distruzione fisica di archivi cartacei e digitali o il trasferimento di lingotti d'oro e diamanti tramite yacht o aerei privati.

In questo "settore" non c'è limite alla fantasia... ne è un esempio il ricco cliente residente nell'isola fantasma di Bouvet.

s.m.

giovedì 3 novembre 2016

Il nuovo standard anticorruzione ISO37001:2016, funzionerà?

di Ciro Alessio Strazzeri *


Il 14 ottobre, dopo quattro anni di lavoro con la partecipazione attiva di esperti provenienti da 37 Paesi, l'ISO ha pubblicato il suo standard per i sistemi di gestione anticorruzione, la norma ISO 37001:2016 con data ufficiale 15/10/2016.

In larga misura, i requisiti dello Standard rispecchiano molti dei passi di cui alla FCPA Guidance emessa dal Dipartimento di Giustizia e dalla Securities and Exchange Commission e di cui alle Adequate Procedures rilasciate dal Ministero di Giustizia del Regno Unito, oltre che essere compatibili con i requisiti del D.Lgs. 231/01 e del PNA.

Tuttavia, poiché fornisce un approccio globalmente accettato per la conformità anti-corruzione, l'ISO 37001 è stato annunciata come un passo significativo nella continua globalizzazione del rispetto contro la corruzione, in particolare nei paesi in cui la corruzione potrebbe essere considerata parte della cultura. Le aziende possono ora utilizzarla come uno strumento che aumenta "l'asticella" per le attività di conformità e la consapevolezza del rischio di corruzione.

Per i paesi già «sviluppati» in tal senso, sia per le autorità di controllo che per le società soggette alla loro giurisdizione, l'emissione della ISO 37001 dovrebbe essere vista come uno sviluppo positivo in quanto fornisce un unico standard globale per la conformità anti-corruzione. Come tale, essa può facilitare una revisione sistematica dei Compliance Programs Law-friendly per le aziende con sede negli Stati Uniti, in UK, in Italia, in Canada, ecc., in particolare quelle con "avamposti" nei paesi in via di sviluppo.

L'emissione del nuovo standard può anche affrontare una delle principali critiche legata al fatto di creare una situazione di svantaggio competitivo per le aziende americane/britanniche/italiane pretendendo un livello superiore di compliance rispetto alle loro controparti internazionali. 

Ora c'è uno standard per tutti.

Così come con gli altri standard emessi dall'ISO, la 37001 include una disposizione che consente la certificazione da parte di una terza parte indipendente, che indica che il programma di lotta alla corruzione attuato dall'azienda è conforme allo standard.

Ma ne vale la pena per le società come quelle statunitensi, ottenere la certificazione quando i Compliance Programs esistenti sono già tenuti a rispettare gli elevati standard imposti dal Dipartimento di Giustizia?

E per quelle italiane, che sono soggette all'adozione di Modelli di Organizzazione, Gestione e Controllo ai sensi del D.Lgs. 231/01 e/o all'adozione di Piani Triennali Anticorruzione e Trasparenza, ai sensi della Legge 190/12 e del Piano Nazionale Anticorruzione?

Sì, perché lo standard assicura che gli sforzi di una società sono pari o superiori al rispetto di meri adempimenti legislativi (come si suol dire "al minimo sindacale") rispondendo alle esigenze di un mercato globale, in particolare per individui ed entità che operano in paesi in via di sviluppo con i quali le aziende potrebbero desiderare fare affari.

Naturalmente, il fatto che il programma di lotta alla corruzione di una società abbia ricevuto una certificazione ISO non sarà sufficiente, da solo, a costituire sufficiente difesa nei procedimenti giudiziari. Ma i pubblici ministeri, di solito, tengono in considerazione lo stato di attuazione e l'efficacia dei programmi di conformità di un'azienda, per determinare se la società debba essere anch'essa perseguita per crimini commessi da coloro che agiscono per suo conto.

Ad esempio, l'US Attoneys' Manual indica la previa esistenza di un programma di compliance efficace come un fattore da considerare quando si determina se far pagare un'organizzazione, e le US Sentencing Guidelines la indicano come un fattore attenuante per la determinazione della condanna.

Addirittura, in Italia, l'esistenza di un Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo redatto ai sensi dell'art. 6 del D.Lgs. 231/01, assieme alla corretta vigilanza, al Sistema Disciplinare ed alla dimostrazione dell'elusione fraudolenta, può costituire finanche motivo di esimenza. Nello specifico caso italiano, l'ISO 37001 può essere considerata come lo standard tecnico di riferimento per affrontare i rischi correlati direttamente o strumentalmente ai reati di corruzione pubblica e privata, in analogia a quanto formalmente in parte previsto dall’art. 30 del D.Lgs. 81/08 per i Sistemi di Gestione OHSAS 18001 per i reati inerenti la sicurezza sul lavoro e a quanto informalmente ritenuto per i Sistemi di Gestione ISO 14001 per i reati ambientali.

Mentre i pubblici ministeri, ovviamente, resteranno liberi di procedere a discrezione nelle loro indagini, una società potrà comunque puntare a una certificazione ISO 37001 come prova che abbia fatto ogni sforzo per attuare un programma anticorruzione efficace, meritando quindi un trattamento indulgente.

In questi discorsi, per il momento, abbiamo lasciato fuori il Regno Unito, non fosse altro per il basso tasso di procedimenti giudiziari conclusi in materia. La legislazione (UK Bribery Act) e le Guidance sono allineate, ma l'azione della magistratura non è ancora al passo, per cui la norma ISO 37001 potrà essere un ulteriore stimolo, non solo per le organizzazioni, ma anche per gli organi giudicanti.

Fuori dagli Stati Uniti e dall'Italia (e da altri Paesi in cui la legislazione anti-corruzione è efficace, come il Canada, la Germania, il Brasile negli ultimi tempi), la ISO 37001 sarà percepita come uno strumento che può creare un vantaggio competitivo a livello globale e un meccanismo efficace per la lotta contro la corruzione.

Per le società statunitensi ed italiane che operano a livello internazionale, attraverso una controllata, un centro di distribuzione o una sede di rappresentanza, la ISO 37001 può essere uno strumento chiave nei mercati in cui il rischio di corruzione è elevato o culturalmente "normale". Ad esempio, se un funzionario del governo locale richiede un qualche tipo di "sovvenzione straordinaria" o di "prestazione speciale", l'adozione dell'ISO 37001 può autorizzare il personale locale a rifiutare per il fatto che, pagando, si corre il rischio di perdere il lavoro e di far perdere la certificazione all'azienda - e, di conseguenza, la fiducia dei partner internazionali. La ISO 37001 può guidare l'azienda nella preparazione dei giusti processi e meccanismi per affrontare problemi del genere.

I paesi latino-americani con significative economie stanno mostrando interesse per lo standard e il risultato è un incremento della domanda di personale qualificato nel mercato professionale della conformità.

La ISO 37001 pretende dai dirigenti di impegnarsi nelle attività anti-corruzione all'interno delle proprie aziende; e le società statunitensi soprattutto hanno spesso interi team di compliance che potrebbero monitorare costantemente l'aderenza allo standard. Tuttavia, per i fornitori, distributori o rappresentanti nei paesi ad alto rischio, a seconda delle loro dimensioni, la compliance può essere una sfida, soprattutto perché il mercato dei "professionisti della compliance" non è ancora ben sviluppato.

Grazie ai numerosi scandali di corruzione, il numero di professionisti della conformità in Brasile, per esempio, è stato moltiplicando a un ritmo incredibile, e il Brasile ha preso la leadership nella sua zona geografica, nel condividere la conoscenza, l'esperienza e le capacità in questo settore, assieme ad altri paesi come il Messico. Come conseguenza, certificazioni e programmi internazionali incentrati sull'America Latina sono stati avviati in Messico attraverso prestigiose università e istituzioni private con sede in Brasile.

I mercati emergenti si stanno adeguando alla tendenza globale nella lotta contro la corruzione al fine di migliorare le prospettive economiche. I governi latino-americani, in particolare, stanno aumentando gli sforzi per assegnazione di risorse supplementari alle attività anti-corruzione, ma la credibilità è spesso ancora carente a causa della scarsa applicazione.

Anche lì, ISO 37001 può diventare una linea guida in grado di fornire indicazioni alle autorità locali su come affrontare la corruzione e consigli su come tali autorità dovrebbero affrontare la corruzione. Tuttavia, con tutti i problemi di corruzione che saturano gli ambienti di business dell'America Latina, occorre anche ragionevolmente considerare che la modifica delle culture di business richiede un grande lavoro di comunicazione ed un significativo impegno da parte dei settori pubblico e privato. Alla fine, ISO 37001 è uno standard internazionale e un'eccellente certificazione, ma non è una ricetta magica per il successo.

Le aziende che vogliono certificarsi ISO 37001 dovranno reperire sul mercato gli esperti giusti per la preparazione ed implementazione dei propri Anti-Bribery Management Systems. Secondo le indicazioni normative, i certificatori non potranno certificare un'organizzazione se il proprio programma di compliance non ha operato secondo la norma ISO 37001 per almeno tre mesi.

Inoltre, se implementato con successo, le aziende possono anche utilizzare il processo di certificazione ISO 37001 come un modo di gestire il rischio di corruzione correlato all'attività di terzi, potendo anche richiedere ad un aspirante fornitore di ottenere una certificazione ISO 37001 prima di sottoscrivere un contratto, ad esempio.

C'è ancora un sacco di lavoro da fare prima che i potenziali effetti di questa norma si facciano davvero sentire in tutte le aree del mondo e molto dipenderà dal suo livello di adozione da parte delle organizzazioni, non solo le multinazionali, ma anche le piccole e medie imprese e da quanto gli enti pubblici vorrano utilizzarlo come strumento premiante e/o di qualificazione in genere.

Ad esempio, già in Italia potremmo avere due applicazioni pratiche delle certificazioni ISO 37001.

In particolare, il nuovo Codice degli Appalti (D.Lgs. 50/2016) all'Art. 38. Qualificazione delle stazioni appaltanti e centrali di committenza, stabilisce tra l'altro che è istituito presso l'ANAC, che ne assicura la pubblicità, un apposito elenco delle stazioni appaltanti qualificate, che i requisiti di qualificazione sono individuati sulla base di parametri e si distinguono in requisiti di base e premianti quali, tra gli altri … valutazione positiva dell'ANAC in ordine all'attuazione di misure di prevenzione dei rischi di corruzione e promozione della legalità, presenza di sistemi di gestione della qualità conformi alla norma UNI EN ISO 9001 degli uffici e dei procedimenti di gara, certificati da organismi accreditati per lo specifico, applicazione di criteri di sostenibilità ambientale e sociale nell'attività di progettazione e affidamento.

Quindi, le stazioni appaltanti potranno usare la certificazione ISO 37001 per dimostrare l'attuazione di misure di prevenzione dei rischi di corruzione e promozione della legalità, richieste dal Codice degli Appalti.

Sempre in tema di appalti, la certificazione ISO 37001 potrà essere utilizzata come evidenza del possesso del requisito di cui all'art. 3, comma 2, lettera g) del Regolamento attuativo del Rating di Legalità (Delibera AGCM del 14 novembre 2012, n.24075), che richiede di aver adottato modelli organizzativi di prevenzione e di contrasto della corruzione ai fini dell'assegnazione di un + utile ai fini dell'ottenimento di una "stelletta"
.


CONCLUSIONI
Alla luce di quanto sopra esposto e dei benefici culturali e pratici che la diffusione della Norma potrà portare, riteniamo che la ISO 37001 funzionerà ed assolverà benissimo al suo scopo, che è quello di rendere definitiva una rivoluzione culturale cominciata a livello internazionale negli ultimi anni, ma mai efficacemente attuata per la mancanza di un linguaggio comune.


* Ing. Ciro Alessio Strazzeri (Presidente Asso231 - Presidente GIACC Italy - CEO Gruppo Strazzeri)


Video: La norma ISO 37001, funzionerà?





sabato 22 ottobre 2016

"Corruzione, frodi sociali e frodi aziendali", di Angelo Jannone

La rubrica "sulla mensola del fraud auditor" è stata pensata per dare agli addetti ai lavori o ai cultori della materia, strumenti utili ad approfondire le varie tematiche legate alla prevenzione dei rischi di frode e alle indagini nell'ambito aziendale.

E' capitato in passato di promuovere testi squisitamente accademici, altre volte molto teorici, a volte molto didascalici e altrettante volte scritti sotto forma di manuale pratico.

Oggi, dopo un'attenta lettura, presentiamo uno scritto assolutamente completo, idoneo come strumento di formazione per il giovane laureando nelle discipline economico-investigative così come all'addetto ai lavori o ancora al neofita di questi temi.

Si tratta di un testo redatto da un super esperto delle indagini, già Colonnello dei ROS, impiegato in numerose attività di contrasto alla criminalità mafiosa ed economica. 
Docente, divulgatore, professionista e autore di numerosissime pubblicazioni riguardanti il mondo dell'Intelligence, della criminalità economico-finanziaria e della cronaca nera e giudiziaria che ha influenzato molto della storia italiana, passata e recente.

Si sta parlando di Angelo Jannone, prima ufficiale dei Carabinieri, poi manager di importanti società private italiane, professionista esperto nella lotta contro gli illeciti societari ed ora Chief Executive Audit di Italiaonline.

Solo chi può vantare una brillante carriera maturata sul campo può scrivere un testo dal titolo impegnativo quale "CORRUZIONE, FRODI SOCIALI E FRODI AZIENDALI", senza incappare nel rischio di incorrere in banali semplificazioni o teoriche, quanto improbabili, descrizioni di fantasiosi schemi di frode.



Dalla lettura del testo si comprende subito che Jannone ciò che ha scritto, lo ha vissuto davvero. 
D'altra parte, anche altri assoluti protagonisti del settore delle investigazioni economico-finanziarie hanno voluto dimostrare la vicinanza all'autore scrivendo la prefazione e la presentazione al libro.

Si tratta rispettivamente di Fabio Tortora, notissimo Presidente del Chapter italiano di ACFE - Association of Certified Fraud Examiners, cioè l'associazione dei professionisti anti-frode, e di Roberto Pennisi, importantissimo magistrato della Procura Nazionale Antimafia con oltre 35 anni alle spalle di lotta contro 'ndrangheta ed eco-mafie.

Questo testo, seppur con alcuni tecnicismi, è adatto a tutti gli interessati ad argomenti quali la lotta alla corruzione, il contrasto agli illeciti societari, le scienze criminologiche, le tecniche di prevenzione dei rischi di frode attraverso il potenziamento dei sistemi di controllo interno aziendale e le investigazioni interne finalizzate alla redazione di consulenze tecniche di parte.

Interessantissimo è il paragrafo 6 del capitolo 5, dedicato proprio alle investigazioni.

In questo paragrafo Angelo Jannone, forte della sua esperienza maturata nel Raggruppamento Operativo Speciale dell'Arma dei Carabinieri, tratta un argomento che altri autori hanno preferito non affrontare: quello legato ai rapporti con la Polizia Giudiziaria che il forensic accountant è chiamato a saper gestire nell'ambito degli incarichi di contenuto penale.

In questa parte del libro si è riscontrata la profonda competenza di Jannone in questo particolarissimo settore della scienza forense, soprattutto quando vengono affrontate le tecniche di redazione del "fraud report" e le caratteristiche della testimonianza del consulente tecnico in sede penale, molte volte nella veste di ausiliario del Pubblico Ministero.

Insomma un testo dal quale il blog, previo consenso dell'autore, trarrà spunto per molti altri articoli di carattere tecnico e scientifico, anche per le tematiche attualissime legate sia alla figura del "whistleblower" (già, affrontate in passato dal blog) che ai protocolli operativi di prevenzione dei rischi di corruzione.


"Corruzione, frodi sociali e frodi aziendali - dalla prevenzione al contrasto", collana "Criminologia", edito da FrancoAngeli, 226 pagine, è disponibile ad un prezzo di 20 € cliccando QUI.




venerdì 13 maggio 2016

PwC pubblica la Global Economic Crime Survey 2016

Ancora una volta è una Big4 a tracciare con una survey globale, il quadro della situazione in tema di criminalità economica.

La PricewaterhouseCoopers (PwC), prestigiosa multinazionale che fornisce servizi professionali di revisione di bilancio e consulenza anche in ambito legale e fiscale, con un forensic department tra i più sviluppati in Italia, ha recentemente diffuso la Global Economic Crime Survey 2016 con un'edizione italiana tutta da leggere scaricabile cliccando QUI (per la versione internazionale cliccare QUI e QUI).

Dal sondaggio fatto a livello mondiale è emerso che il 36% delle aziende intervistate ha dichiarato di aver subito almeno una frode negli ultimi anni, in particolare, l’Africa risulta il paese con il più alto tasso di criminalità economica nel mondo: 57% nel 2016, contro il 50% del 2014.
Mentre in Italia circa un'azienda su cinque ha dichiarato di essere stata vittima di frodi economico-finanziarie.

I dati ottenuti hanno visto una lieve flessione nel trend di crescita dei fenomeni di criminalità economica, con tutta probabilità dovuta all'effetto combinato tra i benefici derivanti da una crescente sensibilizzazione in tema di prevenzione, contro una sempre maggiore difficoltà ad individuare le frodi a causa del crescente grado di sofisticazione delle tecniche utilizzate dai frodatori anche grazie all'utilizzo delle nuove tecnologie.

(click sull'immagine per ingrandire)

La ricerca di PwC conferma ancora una volta che in Italia la categoria di frode più diffusa rimane l’appropriazione indebita, che rappresenta il 70% circa delle frodi dichiarate (65% nel 2014), con un incremento del 5%.
Mentre il 23% delle aziende ha dichiarato di essere stata vittima di corruzione (13% nel 2014), in aumento del 10%. Al terzo posto permane il cybercrime, assestato al 20% dei casi.
Le frodi contabili, pari al 17% dei casi, sono in diminuzione rispetto al 22% del 2014; al quinto posto invece si attestano le frodi dell'area acquisti e appalti con il 13% dei casi segnalati dalle aziende interpellate.
Anche a livello mondiale l’appropriazione indebita resta il fenomeno di frode più diffuso, dichiarata dal 64% delle aziende, mentre è il cybercrime la seconda causa di frode globale con il 32% delle aziende colpite, rispetto al 24% del 2014.

Dalla survey di PwC emerge che meno della metà delle aziende italiane (il 47%) ha individuato l’evento fraudolento attraverso il sistema di controllo interno (in calo rispetto al 50% nel 2014) e in particolare tramite:
  • le attività dell’Internal Audit (17% dei casi);
  • i processi di monitoraggio delle transazioni sospette (7% dei casi);
  • i sistemi di Fraud Risk Management (10% dei casi);
  • la funzione security aziendale (nel 3% dei casi);
  • altre modalità residuali (10%).
Mentre il 24% delle frodi economico-finanziarie in Italia è intercettata dalle forze dell'ordine.

La survey fa emergere con chiarezza che c'è ancora molto da fare riguardo allo sviluppo di una cultura aziendale volta a favorire le segnalazioni, ad esempio tramite whistleblower (le cosiddette "soffiate" interne ed esterne), che si attestano al 13% dei casi di individuazione della frode, in forte calo rispetto al 35% del 2014.

Come segnale positivo si evidenzia la riduzione del numero di aziende che non ha mai svolto attività di Fraud Risk Assessment (24% nel 2016, contro il 25% del 2014 e il 37% del 2011).

Ancora una volta la survey di PwC evidenzia che negli ultimi due anni le frodi hanno causato perdite finanziarie enormi:
per il 7% delle aziende italiane le perdite sono comprese tra 5 e 92 milioni di €

(click sull'immagine per ingrandire)

Ma qual è l’identikit del frodatore italiano?
E' bene sottolineare innanzitutto che nel 43% dei casi a commettere la frode è un soggetto interno all'azienda. In particolare in Italia il frodatore interno è:
  • di sesso maschile;
  • laureato;
  • di età compresa tra i 31 e i 40 anni;
  • con una buona esperienza lavorativa alle spalle che va dai 3 ai 5 anni;
  • posizionato nel middle management.
Profilo nettamente diverso da quello indicato nella precedente edizione della survey di PwC del 2014, che fotografava il responsabile della frode come appartenere al senior management, in servizio in azienda da più di 10 anni, di sesso maschile, di età compresa tra i 41 e i 50 anni con un titolo di studio di scuola secondaria o laurea.

Infine si deve sottolineare il risultato certamente più significativo dell’edizione 2016, che è rappresentato dal 23% delle aziende italiane che hanno dichiarato di essere state vittime di fenomeni di corruzione, in aumento del 10% rispetto al 2014 e del 13% rispetto al 2011.


(click sull'immagine per ingrandire)